Nel 1977 Mimmo Paladino, non ancora trentenne, si ritirò silenzioso a dipingere un quadro. Ne uscì una tela piccola, tenue ed esplosiva, omaggio alla felicità matissiana dello Studio rosso ma con la presenza della figura umana. Fu come un incunabolo, che significò la rottura dell’artista con il concettuale degli esordi e – in perfetta sintonia con quanto andava accadendo in Europa – un segnale atteso da molti. Una generazione di artisti riscoprì la pittura e travolse gli anni a seguire consumando il falò delle ideologie lungo metri quadri di tela incendiati di colore, senza remore di apparire felici. Per incupirsi ci sarebbe stato tempo, ma intanto la nuova pittura derogava ai canoni stabiliti (e impegnati) di realismo e astrazione che ossessionavano la vecchia, e si trascinava dentro, onnivora, il meglio dell’esperienza concettuale, per ritrovarsi povera di utopie ma ricca di incanti.
Silenzioso, mi ritiro a dipingere un quadro è anche l’incipit della grande mostra che la Galleria Nazionale dell’Umbria dedica a Mimmo Paladino, allargata a una dimensione territoriale, propria delle corde storiche dell’artista, che tocca la Rocca Albornoz di Spoleto e il Palazzo Ducale di Gubbio. A cura di Costantino D’Orazio, direttore dei Musei Nazionali di Perugia, e Aurora Roscini Vitali, raccoglie una quarantina di lavori di grande o grandissimo formato (molti dei quali tornano visibili dopo molto tempo), che costituiscono una antologia esatta di una produzione pittorica davvero vastissima, mentre lascia più in ombra, a parte alcune presenze capitali, la scultura e il disegno. Spazio dunque a opere fondamentali della prima fase di ricerca, dal wall drawing Il Brasile, si sa, è un pianeta dipinto sul muro (1978), ricostruito per la prima volta per l’occasione, o il collage su vetro Il giardino dei sentieri che si biforcano (1977), altro incunabolo della composizione per frammenti, fino al giallo e blu folgorante e liciniano di Con due dita (1980). Sono opere dal colore totale, prive o quasi di figura, che debordano dalla tela nello spazio. Seguiamo poi il suo lavoro farsi sempre più drammatico, con capolavori come Le tane di Napoli (1983) o Stabat Mater (1986), dove per la prima volta compare l’oro. Non muta lo scenario: da subito la pittura di Paladino si incarica di strategie ed energie nuove, proponendo un rapporto complesso con la tridimensionalità. Ma presto scopre le possibilità del mito, dando forma a una archeologia del senza tempo, perché riconosce ogni tempo contemporaneo. Il suo lavoro appare dunque come una indagine antropologica e poetica sull’uomo come animale sognante e animale sacro. Negli anni Novanta e Duemila cresce una riflessione linguistica sulla forma come costrutto di schegge, gesti, graffiti: il frammento monumentale come modulo, dal valore di lemma polivalente e polisemico e allo stesso tempo disiecta membra e arma Christi.
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Abbonati a Luoghi dell’Infinito per continuare a leggere
La rivista è disponibile in formato cartaceo e digitale
Abbonati alla rivistaSei già registrato? Accedi