Vite di profughi

di Daniele Bellocchio

Dal Kenya ad Haiti al Nagorno Karabakh, storie di chi è stato sradicato, di chi è prigioniero in un limbo, di chi resiste e spera

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Tendopoli nel centro di Mogadiscio / Daniele Bellocchio

Gli occhi sono spalancati, le pupille dilatate e il terrore è inciso nel volto di Emma Sanya, mentre si nasconde tra i rovi della savana sudanese insieme ai suoi figli, coprendo con una mano la bocca del bambino più piccolo per non farlo gridare. Emma sta scappando, ha venticinque anni e fugge dalla sua terra, dalla sua casa, dal suo Paese, il Sud Sudan, dove il conflitto civile, scoppiato nel 2013, ha provocato circa quattrocentomila morti. È notte e le urla delle milizie Dinka, ebbre di gin e odio, si avvicinano sempre di più. Le ombre dei soldati, proiettate dal fuoco dei tukul in fiamme, si allungano nell’oscurità, disegnando una ridda di demoni in marcia. Emma sa che stanno avanzando. La vita, in certi momenti, si misura in secondi: solo pochi istanti la separano dalle immagini di corpi straziati da roncole, machete e mazze chiodate. Visioni che le preannunciano che tutto è ormai perduto. «Non so quanto tempo siamo rimasti nascosti dentro quei cespugli. Sentivamo spari e grida. Eravamo certi che ci avrebbero scoperto, che la loro furia si sarebbe abbattuta su di noi. Avrebbero utilizzato tutto ciò che avevano per massacrarci. Non ce l’ho più fatta nemmeno a tenere gli occhi aperti: li ho chiusi con forza e ho stretto a me i miei figli».

Oggi Emma è seduta intorno al fuoco, nel campo profughi Rhino Camp nel nord dell’Uganda, il Paese della regione dei Grandi Laghi che ha dato vita a un modello di accoglienza unico, poiché i profughi, principalmente sudsudanesi e congolesi, vengono ricollocati, dopo l’ingresso, in una delle oltre trenta tendopoli presenti e ottengono un lotto di novecento metri quadrati per coltivare un appezzamento di terreno e costruire il proprio alloggio, raggiungendo così una completa autosufficienza e, soprattutto, integrandosi nel Paese ospitante. Alle spalle di Emma, alcuni pali reggono l’impalcatura della sua nuova abitazione: non ha porte e il tetto è fatto con i sacchi degli aiuti umanitari cuciti insieme. All’interno c’è una sola grande stanza, delle stuoie di rafia e una foto, l’unico ricordo del suo passato: il ritratto di suo marito, scomparso dopo l’attacco delle milizie ribelli al loro villaggio. «Il vociare dei soldati all’improvviso si è fatto meno intenso, sempre più lontano, fino a scomparire. Abbiamo aspettato che non ci fosse più nessun guerrigliero nelle vicinanze e poi, senza perdere tempo, ci siamo rimessi in marcia verso l’Uganda. Io oggi non ho più un compagno, molti bambini sono orfani e tutti abbiamo lasciato le nostre storie al di là della frontiera. Ma ho un po’ di terra e una casa da cui ricominciare», dice Emma, mostrando la sua nuova abitazione. Non è solo un rifugio: è più di un luogo fisico, è un diritto di appartenenza a se stessa e alla propria vita. È la sua dichiarazione di esistenza.

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Tendopoli nel centro di Mogadiscio / Daniele Bellocchio

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