A Oulu l’aria è secca, il freddo artico impone lentezza. Nonostante la città finlandese abbia dato avvio all’anno da Capitale europea della cultura, la prima impressione non è quella di una festa nel senso tradizionale del termine. Il lancio del programma culturale si inserisce piuttosto nella vita quotidiana: la gente arriva in bicicletta nonostante la neve, entra ed esce dagli spazi culturali con naturalezza, si ferma a parlare davanti a un falò temporaneo acceso sul lungofiume. Non c’è l’idea di un grande evento che irrompe, ma di qualcosa che si è preparato a lungo e ora prende forma. Il centro ruota intorno alla gigantesca piazza del mercato, affacciata sul mare del golfo di Botnia, dove si concentrano molti degli appuntamenti.
Situata nella regione dell’Ostrobotnia settentrionale a 150 chilometri a sud del Circolo Polare Artico, Oulu è la quinta città più popolosa della Finlandia, ha due università ed è circondata da mari, fiumi, laghi, paesaggi di tundra e foreste di betulle. Qui si può vedere il sole di mezzanotte d’estate e le aurore boreali d’inverno. È nata nel XVII secolo come insediamento urbano sui terreni dei sami ed è vissuta per secoli sul commercio del legname e del salmone, finché negli anni ’80 del secolo scorso la Nokia non vi installò il suo quartier generale trasformandola in un polo tecnologico di livello mondiale. Al suo apice, il cosiddetto “miracolo di Oulu” contava oltre 15mila posti di lavoro nel settore tecnologico. Ma quando il colosso della telefonia mobile crollò, nel 2010, la città visse una crisi industriale gravissima, ritrovandosi improvvisamente con migliaia di ingegneri disoccupati e un’economia locale da reinventare. Proprio da quella frattura è nato però un percorso di trasformazione che oggi trova un riconoscimento simbolico e concreto. Il titolo di capitale europea della cultura 2026 – assegnato a Oulu insieme alla slovacca Trencin – è legato in modo diretto a quella stagione di crisi. Nel dossier di candidatura, la città ha valorizzato la riconversione post-Nokia: il passaggio da una monocultura industriale a un ecosistema più aperto, fatto di startup, creatività, tecnologia, cultura digitale e partecipazione civica.
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