Periferie mobili

di Daniele Bellocchio

Tra Asia e Africa, molte comunità vivono tra palafitte, piroghe e canali in simbiosi con l’acqua mentre clima e politica ridisegnano continuamente le loro vite

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Il villaggio di Ganvié, in Benin / Alamy

Come suggeriva Gaston Bachelard, filosofo francese autore de La poetica dello spazio, abitare significa trasformare un luogo in mondo, parteciparvi pienamente, renderlo reale con la propria immaginazione. Ganvié, sul lago Nokoué in Benin, è la prova empirica di tutto ciò: iato tra tradizione e storiografia, qui la metafisica si è fatta esperienza, l’immaginazione reale, la terra acqua. Questo villaggio galleggiante nell’Africa occidentale dimostra come l’uomo sia stato capace di trasformare fiumi, laghi e lagune in case, mercati, scuole, strade. Ogni palafitta, ogni barca, ogni canale è comunità, è vita.

La storia di Ganvié affonda nella leggenda. All’inizio del XVIII secolo, il re Agbogdobé, per sfuggire alle razzie dei guerrieri del regno di Dahomey, che catturavano uomini e donne da vendere come schiavi, guidò il suo popolo verso il lago Nokoué. Appellandosi alle divinità del pantheon vudù, sorvolò il lago come un falco e poi, sotto le sembianze di un coccodrillo, trasportò il suo popolo in salvo su un’isola. Il racconto narra che l’acqua, temuta dai nemici per motivi religiosi, divenne la principale fortezza per le centinaia di persone di etnia Tofinu che vi trovarono rifugio. Tanto che il nome stesso del villaggio, Ganvié, significa “siamo sopravvissuti”, memoria tangibile di una fuga in cui tradizione orale e ricostruzione storica si intrecciano in un sincretismo di difficile scissione.

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