Mentre sfrecciamo sulle acque del canale Nonthaburi-Sathorn-Ratburana su un battello che funge da autobus popolare, un rumore assordante mi impedisce di pensare. Mi tengo attaccato a un corrimano per non scivolare. Questo natante velocissimo, come tutti quelli che solcano le acque di Bangkok, è attaccato a un motore d’auto con una lunghissima asta alla cui estremità è montata un’elica. Bangkok, nove milioni di abitanti. Al turista frettoloso appare una megalopoli di grattacieli, enormi shopping center dai nomi mirabolanti, EmSphere, Paragon, che offrono all’interno musei, attrazioni, mercati di cibo, e poi fuori una monorotaia sospesa, un traffico intenso e una vegetazione tropicale che fa breccia nei parchi, negli spazi dimenticati e nelle intercapedini dei palazzi. Per gli abitanti thai la città vera è un’altra, per quanto nascosta e spesso coperta dal cemento. Se volete arrivare in fretta da qualche parte vi indicano il modo migliore, le vie d’acqua, i canali che percorrono tutta la città e che confluiscono nel Chao Phraya, nel grande fiume che collega la metropoli con il golfo del Siam. Su di esso si affaccia anche l’immensa Chinatown, con le sue centinaia di migliaia di botteghe, bancarelle, officine, negozi di gioielli a poco prezzo, stoffe, manghi, mangostani, durian. Tiziano Terzani, quando viveva a Bangkok, aveva una casa che dava su un laghetto collegato alla rete dei canali. È questa città d’acque, più di quella da skyline, che gli abitanti conoscono meglio, con il quartiere musulmano di pescatori e le attività sulle onde.
Una realtà che accomuna parecchie città del sud-est asiatico, visto che buona parte dei paesi tropicali che ne fanno parte poggiano su un mondo di stagni, di colmate, di paludi e di acque di superficie e sotterranee. Hanoi ha il suo Fiume Rosso e i suoi abitanti ne sfruttano le acque da millenni. Marco Polo, andando in giro per l’Asia, trovava spesso città che gli ricordavano la sua nativa Venezia. E non si stupiva perché il rapporto tra città e acque gli era ovvio: i vantaggi per una città che ha un fiume, canali, laghi, sono enormi. Suzhou, che Marco Polo visitò nel 1276, con i suoi padiglioni storici con giardino e le sue acque gli ricordò Venezia più di ogni altra. A Pechino i due laghi dietro alla Città Proibita e al Palazzo Imperiale continuano ad ospitare pigri pescatori con le loro canne, gente che pratica thai chi e passanti che si godono il fresco dei salici. Città come Chengdu, avvolte per una parte dell’anno dalla calura, hanno profittato di laghi e boschetti di bambù prospicienti per abbassare la temperatura di parecchi gradi nei momenti più afosi. I suoi abitanti si godono il fresco nelle case da tè sorseggiando caraffe di pu’er freddo arricchito di frutta. La mappa mentale di chi abita le città d’acqua è diversa da quella di una urbanità “secca”. Il fiume, i canali, il mare, sono sempre la prima risorsa per l’orientamento, e nelle anse dei corsi d’acqua si nascondono spesso parti marginali preziose: avviene tra le anse del Tevere, ma anche sulla Senna delle guinguettes e delle banlieues parigine.
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