Un botto nel parco, ma nessuna paura. È scoppiato il pallone dei ragazzi che si rincorrono nel quadrato di terra. Pochi secondi di sosta per un “nooo” di disappunto e il tempo di recuperarlo. Ma ricomincia il gioco ed ecco che un cane – “perro, no! perro!” – si infila nella breve mischia, e dato che il pallone è già bucato può addentarlo facilmente e scappare via. Ma è un gioco anche per lui. Lo molla e si allontana.
Salta è la capitale della provincia di Salta, nordovest dell’Argentina. I taxi sono di una specie di amaranto, ma del quale in italiano manca il corrispettivo. I cestini appesi ai lampioni di questo piccolo parco, di due toni più chiari. Le sedie del bar di legno marrone scuro, lucido, con la spalliera curva. Il sole all’inclinazione perfetta per un sabato pomeriggio e tutto questo, e le foglie più piccole di quell’albero mosse dal vento, tanta piacevolezza, inducono a pensare che nel Paese in cui mi trovo non governi un presidente che si chiama Javier Milei. Ma si può sempre non pensarlo. Non crederlo. Le strade per il passante si affrettano verso gli incroci. Agli incroci qui, come in tutto il Paese, si trovano las esquinas. L’angolo degli edifici è smussato, in modo che ci stia una porta comodamente e oltre la porta un locale: un bar, un ristorante, una farmacia... Nella esquina la strada e il passante fanno una pausa, fosse anche solo per guardare. Gli angoli degli edifici argentini sono vivi. E il passante può andare di angolo in angolo incentivato da un’altra circostanza: per le vie di una città piana puoi camminare senza mai fermarti. Vanno le gambe da sole. Soltanto l’appesantirsi degli occhi può fermarle. Se hanno troppo da guardare, le gambe si stancano.
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