«L’imponente complesso di queste opere e il movimento a cui esse danno vita – autocarri in arrivo dai due opposti versanti, carrelli delle funivie che si susseguono con moto ininterrotto di va e vieni lungo i cavi tesi attraverso la montagna, teorie di automobili che si snodano sui più erti pendii entro le profonde trincee scavate dallo spazzaneve – son tutte cose che colpiscono potentemente l’immaginazione del visitatore già suggestionato dall’arditezza delle linee architettoniche dei fabbricati che qui si elevano, inducendolo a notare nel suo taccuino (…) “il Sestrières costituisce il trionfo del più moderno razionalismo meccanico applicato alla organizzazione di un grande centro sciistico”». Così scrive Guido Tonella, giornalista e figura rilevante nella diffusione del modernismo alpino novecentesco, nella sua guida Il Sestrières invernale e le sue gite del 1934. La prima città d’altitudine costruita ex novo voluta dalla famiglia Agnelli per la pratica dello sci è stata da poco inaugurata, e Tonella coglie la quintessenza di quella che sarà l’esperienza della modernità nel suo rapporto con le montagne per quasi tutto il secolo: la conquista delle nevi inviolate d’alta quota, l’ebbrezza della velocità, il brivido del pendio e del precipizio, il salutismo e la giovinezza, il continuo movimento. Quasi una trasposizione dei miti delle avanguardie, del futurismo, sulle montagne, ma pianificati attraverso le culture organizzative degli ingegneri della grande industria fordista della vicina Torino. In fondo le logiche che guidano le catene di montaggio e le nuove linee funiviarie non sono così distanti.
Rispetto al turismo di metà Ottocento e della Belle Époque, la rottura determinata dalla Grande Guerra è evidente: scomparsa la vecchia aristocrazia anglosassone e russa, i nuovi protagonisti della montagna sono i dinamici giovanotti dell’alta borghesia urbana e del mondo dell’industria. I colossali grand hotel d’altitudine, già in crisi prima del conflitto, vengono sostituiti dagli Sporthotel, piccole e moderne strutture costruite intorno alla pratica dello sci e ai nuovi stili di vita modernisti. Come recita un bellissimo manifesto per la promozione di Bardonecchia, in Val di Susa, degli anni Trenta, «Sole Neve Gioia di vivere» sono i nuovi valori della montagna alpina, trainati da automobili, torpedoni, funivie che generano un’inedita percezione ed estetica cinetica del paesaggio alpino. Soprattutto l’alta montagna inizia a essere concepita una sorta di nuova frontiera verticale; e come affermano due importanti architetti razionalisti italiani, Figini e Pollini, «vastissimi campi di studio e di esperienze riservano le zone dai 2.000 ai 3.000 metri. Zone normalmente ancora intatte, e quindi ideali come libero campo per l’attrezzatura e l’ordinamento di una nuova urbanistica e di una architettura nuova. (…) nuovi e più veloci mezzi di comunicazione e l’esperienza costruttiva ci permettono oggi, ancora, di “salire” per prendere possesso – non come eccezione – ma come fatto normale e atto normale di ogni giorno, delle più alte quote della montagna».
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