Spirituale digitale

di Massimiliano Padula

fotografie di Simone Cerio

La trascendenza si è fatta largo tra le pieghe dell’algoritmo. App di preghiera, influencer, rosari online: la nuova frontiera della fede tra metamorfosi, rischi e nuove grammatiche

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Immagini realizzate in piazza San Pietro, a Roma, in occasione dei funerali di papa Francesco e del conclave che ha eletto Leone XIV / Simone Cerio

Sono passati ormai dieci anni da quando Yuval Noah Harari annunciava l’avvento del dataismo, la nuova “religione” dell’era algoritmica e computazionale, destinata non solo a svuotare di senso ogni dimensione trascendente ereditata dalla società preindustriale, ma anche a mettere in crisi la principale conquista della modernità: l’umanesimo. Nel suo celebre saggio Homo Deus, lo storico e filosofo israeliano immaginava un individuo capace di trascendere se stesso grazie al potenziamento tecnologico e ai big data, inaugurando forme di religiosità fondate non più sulla rivelazione, ma sul calcolo, sulla previsione e l’ottimizzazione. In questo scenario, la tecnica non si limita a trasformare il mondo, ma pretende di sostituirsi al sacro, offrendo risposte, orientamento e persino salvezza.

Eppure, a distanza di un decennio, mentre l’algoritmo sembra elevarsi a nuova divinità e il dato a nuova verità rivelata, le religioni non sono affatto scomparse. Al contrario, tendono a riorganizzarsi, a riconfigurare le proprie prassi, a evangelizzare nuovi territori, compresi quelli digitali che avrebbero dovuto decretarne la fine. Messe in streaming, rosari online, app di preghiera, influencer cattolici, sacerdoti e suore con milioni di follower raccontano una storia diversa: quella di una devozione che non si estingue, ma converte linguaggi, codici, tempi e spazi. La digitalizzazione, quindi, oltre a costituire un insieme potenzialmente infinito di dati, rappresenta soprattutto una dimensione culturale, all’interno della quale identità, relazioni, percezioni e interpretazioni della realtà si rimodulano costantemente. Non sorprende che anche l’esperienza religiosa abbia trovato nuove opportunità di espressione: la devozione contemporanea, infatti, si consuma sempre più spesso in formato digitale. Un podcast di commento alle Scritture ascoltato in cuffia durante il tragitto verso il lavoro, una messa seguita su uno smartphone, un rosario recitato durante una diretta social, rendono la fede accessibile, portatile, disponibile in ogni momento. Non è più richiesto un pellegrinaggio fisico: è sufficiente una connessione stabile per entrare in relazione con Dio. Insieme allo strumento cambia anche la grammatica della devozione. Emergono nuovi tempi liturgici che destrutturano quelli tradizionali, fondati su attese, silenzi e ritualità cicliche, a favore di liturgie istantanee. La preghiera si frammenta in contenuti brevi, consumabili, condivisibili. Nasce il tempo di una fede snackable e scrollable, di contenuti religiosi sempre più brevi; eppure, sempre più coinvolgenti e “digeribili”, come i reel, diventati interstizi spirituali nel grande tempo vissuto online. Questo processo di integrazione conferma una certezza mai del tutto svanita: non esiste prodotto dell’ingegno umano davvero capace di cancellare la necessità di trascendenza. Al contrario, esso riaffiora con forza proprio nel cuore dell’ecosistema algoritmico, dimostrando che anche nell’epoca della massima potenza tecnologica, l’uomo continua ad avvertire il bisogno di senso, di orientamento, di una parola non riducibile a una stringa di dati o alla risposta a un prompt.

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