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Guardando lo specchio delle stelle

Emblema dell’immenso, il cielo stellato è vicinissimo: la vita stessa è sgorgata da quella materia e da quella energia

​Marco Bersanelli

C’è qualche cosa di resistente nella bellezza del cielo. La volta stellata è stata celebrata da poeti e artisti di ogni epoca e per millenni si è offerta gratuitamente a ogni essere umano disposto ad alzare lo sguardo verso l’alto. La sovrumana stabilità delle luci celesti e la regolarità dei loro movimenti finirono per radicare nell’uomo antico l’idea che le stelle fossero corpi di natura divina e incorruttibile. Gli astri dalle loro altezze vegliavano sulle vicende umane e influivano sul loro destino. Nella concezione medievale, che distingueva chiaramente tra Creatore e creazione, i corpi celesti persero la loro divinità, ma furono ancora considerati realtà immutabili, di un rango superiore rispetto al precario mondo terrestre. Poi, la storia ci racconta, quell’ingenua visione di un cosmo costruito a misura d’uomo fu smascherata dall’inesorabile progresso della scienza. Le rassicuranti sfere celesti furono smantellate e le stelle, pensate per generazioni come gemme incastonate in una sfera cristallina, si ritrovarono disperse a distanze inimmaginabili, in uno spazio vuoto e sconfinato, soggette a leggi fisiche del tutto indifferenti alla nostra condizione umana.
Forse nessuno meglio di Giacomo Leopardi – che era ben al corrente delle scoperte astronomiche del suo tempo – ha saputo esprimere lo sconcerto provocato da quella disillusione cosmica. Ne La ginestra, ad esempio, in una sequenza di versi struggente e incalzante egli dapprima sottolinea come le stelle, che ai nostri occhi appaiono puntiformi, sono in realtà corpi colossali: «sembrano un punto, / e sono immense, in guisa / che un punto a petto a lor son terra e mare». Quindi cambia scala e ci parla di sistemi stellari lontanissimi, alludendo alle “nebulose” osservate dal suo contemporaneo William Herschel: «nodi quasi di stelle, / ch’a noi paion qual nebbia»; e infine immagina come le moltitudini di stelle della nostra galassia («le nostre stelle»), se fossero osservate da quei luoghi remoti apparirebbero, a loro volta, come «un punto di luce nebulosa». E conclude, quasi sopraffatto dallo smarrimento: «al pensier mio / che sembri allora, o prole /dell’uomo?». Così anche il “pastore errante”, mentre ammira la bellezza del firmamento fatica a intravedere un senso in quella esagerata moltitudine di stelle: «A che tante facelle?»
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