Luoghi dell' Infinito > Il viaggio di Marco Polo nell'altro mondo

Il viaggio di Marco Polo nell'altro mondo

Attraverso gli occhi della storia l’esperienza leggendaria di Marco Polo alla corte mongola del Gran Khan è forse ancora più straordinaria

​Marina Montesano
Poco più di settecento anni fa, nel gennaio 1324 (ma con data al 1323, secondo il calendario allora vigente nella Repubblica Serenissima di Venezia), Marco Polo dettava le sue volontà testamentarie. È probabile che la morte sia arrivata poco dopo, dal momento che al 1325 appartiene l’esecuzione testamentaria della moglie, Donata Badoer, e delle tre figlie, Fantina, Belella e Moreta. Lasciava un vitalizio a Donata e dichiarava eredi universali Fantina, Belella e Moreta; quest’ultima evidentemente era l’unica delle tre ancora non sposata, perché si legge che ha diritto alla stessa dote spettata alle altre, da stornarsi dall’eredità. Inoltre, destinava la decima del testamento, oltre a duemila lire di denari veneziani grossi, al monastero di San Lorenzo, dove volle essere sepolto. La tomba doveva trovarsi nella cappella di San Sebastiano, ai piedi dell’altare; ma il luogo subì gravi manomissioni quando il monastero fu ridotto a Casa d’Industria, e la tomba è scomparsa. Rimetteva i debiti a una cognata, al convento dei Santi Giovanni e Paolo e a due frati, Raniero e Benvenuto, ai quali donò anche rispettivamente dieci e cinque lire. Pagò naturalmente il notaio per il lavoro correlato al testamento e liberò lo schiavo Petro il Tartaro, non sappiamo se acquistato a Venezia o condotto con sé dall’Asia. Comunque doveva essergli affezionato, poiché gli lasciava anche quanto guadagnato con il proprio lavoro e una donazione. Un documento del 1328 attesta che in quell’anno l’ex schiavo tartaro ottenne la cittadinanza veneziana. Inoltre, fra ciò che lasciava alle eredi, vi sono anche «bona mobilia et immobilia inordinata», sui quali niente si dice nel testamento. Fortunatamente, poco dopo questi beni vennero catalogati: se ne occupò il marito di Fantina, ma l’elenco originale non ci è pervenuto; tuttavia, molti anni più tardi, nel 1366, Fantina fece causa al consorte per reclamare il suo terzo d’eredità paterna, evidentemente negatole dal coniuge. Oltre ai sacchi contenenti le carte relative ai commerci e oltre ai beni mobili (letti, tovaglie, coperte, cassoni, cinture, preziosi e così via) vi erano bozzoli e filati di seta, muschio, rabarbaro e legno d’aloe. Tessuti preziosi di ogni genere, inclusi alcuni a colori cangianti e a scacchi, altri intessuti d’oro. Tre coperte con disegno tartaresco, zendadi bianchi e gialli del Catai, un vestito alla tartara, un drappo in seta con animali misteriosi, un sacchetto di peli di yak, una “bocheta” d’oro, ossia un boghta, copricapo tipico delle donne dell’aristocrazia mongola. Questi copricapi erano alti fino a un metro, coperti di seta intessuta d’oro, di pietre preziose, di piume, e si dice che potrebbero aver influenzato il costume tardo medievale delle donne europee che indossavano lunghi copricapi prima sconosciuti. Infine, fra i beni di Marco Polo vi era un paiza del khan, uno di quei lasciapassare aurei che i sovrani dei Mongoli potevano rilasciare ai mercanti per consentire loro di attraversare senza pericoli le immense terre. Questa era la natura della pax Mongolica, ottenuta attraverso conquiste sanguinarie, ma eccellente novità del Duecento per i mercanti di tutti i Paesi toccati dalla via della seta. Un lasciapassare simile è menzionato nel testamento di Maffeo Polo, zio di Marco, redatto nel 1310: nel documento sono ricordate “tre tavole d’oro che furono del magnifico khan dei tartari”.
[...]