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Urbino, alle origini della Rinascita

La “città in forma di palazzo” di Federico da Montefeltro: attraversarla è come percorrere un sogno. Finito troppo presto

​Stefano Zuffi

“Abbiamo in faccia Urbino ventosa”. Basta un verso e l’Aquilone di Pascoli prende il volo. Affiora, in un attimo, il ricordo della gentile città sospesa nel tempo, ancora oggi lontana, stretta tra le alture di un Appennino austero, arcano, quasi inaccessibile. Da Fano a Fossombrone si sale in fretta, ma poi la strada cambia, impone di rallentare, sembra perdersi tra la campagna e i secoli, deviare, incagliarsi, finché non vediamo finalmente scintillare il marmo candido delle logge sulla facciata dei Torricini, appuntiti come matite appena temperate. Meglio ancora è seguire i passi percorsi da Piero della Francesca. Partire insieme a lui da Sansepolcro, sul fondovalle di un giovane Tevere, e arrampicarsi fino al passo di Bocca Trabaria, e poi seguire il corso del Metauro, lungo una delle vie più belle del mondo. Se si è fortunati, può capitare di arrivare in un giorno di nebbia, che cancella il piano, e magari vedere all’improvviso il profilo di Urbino spuntare nel sole lungo il crinale della collina, galleggiante sull’infinito come un bastimento di mattoni. Ecco il campanile gotico di San Francesco, la cupola del Duomo, gli inconfondibili Torricini gemelli. Nel fitto dell’abitato si nasconde il gioiello tardogotico dell’oratorio di San Giovanni, con gli allegri affreschi dei fratelli Salimbeni. Poco lontano, poi, lungo il selciato dell’antica contrada del Monte, c’è la casa di Raffaello.
Urbino è meravigliosa, ma fino alla metà del Quattrocento era ai margini della storia, una piccola città di transito e di controllo feudale lungo le pazienti strade che si snocciolano lungo le montagne tra Romagna e Marche interne.
L’ambizione, l’intelligenza e le iniziative di un signore hanno trasformato questo modesto centro lontano da tutto in una “città in forma di palazzo”. Conosciamo il suo profilo stempiato, inconfondibile, segnato dalla ferita che l’aveva privato di un occhio e sfigurato nel naso. Federico da Montefeltro sale al potere su Urbino nel 1444, a soli ventidue anni, in seguito a una congiura di cui era stato vittima il fratello Oddantonio, il signore legittimo: secondo alcuni studiosi, il drammatico episodio verrebbe ricordato in modo allusivo nella limpida e insieme misteriosa Flagellazione (1444-1450) dipinta da Piero della Francesca e tuttora conservata a Urbino, uno dei capolavori identitari della Galleria Nazionale delle Marche. Federico consolida il proprio piccolo stato prima attraverso il matrimonio con Battista Sforza, che gli porta in dote Pesaro e un’ampia porzione della costa marchigiana, e poi estendendo il dominio fino a Rimini, dopo aver sconfitto Sigismondo Malatesta (1459). A questi successi, e alla stretta alleanza con il papato, seguirà il titolo nobiliare di duca, che sancisce il rango del personaggio e l’importanza assunta da Urbino nella geografia politica e culturale del pieno Quattrocento. A questo punto, come è espresso in modo allegorico nelle favolose tarsie lignee del suo studiolo privato, Federico può abbandonare le armi e l’armatura, e dedicarsi alle arti liberali, trasformando Urbino in un avanzatissimo laboratorio di cultura umanistica internazionale.
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