All’inseguimento di Icaro

di Roberto Mussapi

Non è vero che siamo nati per gravitare sulla terra. Il sogno di volare è sacro, ci dice che siamo del cielo. Meglio l’errore per eccesso d’amore che la bonaccia per assenza di anima

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Il sogno di volare è primordiale, universale. È una presenza genetica e archetipica nella nostra anima, fin dalle origini. Affine all’attrazione dell’uomo per l’acqua, su cui scrive Melville in Moby Dick, può avere conseguenze celestiali o disastrose: è drammatico, come ogni sogno in carne e ossa. Ne è prova la vicenda di quel giovane che, nell’ebbrezza del volo, non riuscì a resistere all’attrazione del Sole, l’astro che accende la nostra vita: Icaro, figura del mito resa immortale dalle Metamorfosi di Ovidio dove animali, dei, montagne, fiumi interagiscono nella nascita di una fiaba totale.

Icaro era figlio di Dedalo, l’ingegnere che aveva costruito a Creta il Labirinto. Il re Minosse aveva ordinato di edificare quell’edificio immenso e pieno di cunicoli, da cui era impossibile uscire. Nel timore che l’ingegnere potesse svelarne a qualcuno il segreto, il sovrano lo esiliò con il figlio in quel luogo senza speranza. Per fuggire dalla prigionia, il geniale inventore, disponendo con calma penne di uccelli in crescente grandezza e poi legandole con fili e cera, costruì due paia di grandi ali per sé e per Icaro. Quindi le fissò alle braccia, ammonendo il figlio di non volare né troppo basso né troppo alto: nel primo caso l’umidità del mare avrebbe appesantito le ali, nel secondo il calore del sole le avrebbe bruciate. E mentre parlava, finendo di accomodargli le ali, ebbe un fremito, gli occhi gli si inumidirono, accarezzò la spalla del figlio, lo baciò, poi si levò in volo. Si mise davanti e sempre col capo voltato controllava il ragazzino, invitandolo a seguirlo senza lasciarsi distanziare. Libravano lievi tra la meraviglia dei pescatori, che non capivano se fossero dei o uccelli mai visti prima, quei volatili dai volti umani. Il volo procedeva rapido e teso, avevano già lasciato a sinistra Samo, città sacra a Giunone, e Delo, e Paro, a destra Lebinto e Calimne, quando il ragazzo cominciò a provar gusto e, preso da un impulso irresistibile che lo spingeva verso l’alto, verso la luce e lo splendore del sole, accelerando salì, abbandonando la rotta tracciata dal padre. La vicinanza del sole ardente che lo esaltava ammorbidì la cera profumata che connetteva le penne. Questa in breve si sciolse, gocciolando in mare. Icaro si trovò ad agitare in cielo le braccia nude, un attimo e precipitò urlando per chiamare il padre, ma l’urlo si spense nelle acque azzurre. Il povero padre, che ormai non era più padre, lo invocava, ma quando vide le penne galleggiare sulla superficie quieta del mare lo chiamò ancora, per l’ultima volta, maledicendo la propria arte e quel volo.

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