Joel Meyerowitz racconta che ogni tanto lo riconoscono per strada e qualcuno chiede un autografo: chi sul gesso di un braccio rotto, chi sul corpo di una costosa Leica. Dice: «A tutti chiedo il nome, che cosa fanno, che cosa gli interessa». A volte incontri semplici diventano vere e proprie amicizie. Come quella con Jacob Perlmutter, un ammiratore che abita a tre isolati dalla casa del fotografo, che ha finito per girare un commovente documentario su Joel e la moglie Maggie Barrett, intitolato Two Strangers Trying Not To Kill Each Other, uscito nel 2025 e presentato in 35 festival in tutto il mondo. Ad ogni modo: Joel, nato a New York nel 1938, è un pilastro della storia della fotografia. Non solo per il suo lavoro di street photographer negli anni Sessanta, ma anche per la ricerca pioneristica nel campo della fotografia a colori. Già nel 1982 era citato nella Storia della Fotografia di Beaumont Newhall con William Eggleston e Stephen Shore. Non è un caso che sia stato l’unico autore ad avere avuto accesso illimitato all’area di Ground Zero, subito dopo il crollo delle Torri Gemelle. Difficile sintetizzare qui una lunga carriera e una sterminata bibliografia. Lo incontriamo nella sua casa a Dartmouth Park, a nord di Londra, dove si è trasferito dopo dieci anni passati in provincia di Siena. L’occasione è l’uscita del suo Morandi’s Objects. The Complete Archive of Casa Morandi (Damiani, 2026).
Prima del progetto su Morandi ha fatto quello nell’atelier di Paul Cézanne.
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