C’è un gesto, prima ancora di uno sguardo, che attraversa tutta la ricerca di Jacopo Di Cera: quello di sospendere il punto di vista. Sospendere per osservare meglio, per sottrarre la realtà alle gerarchie abituali e restituirla a una dimensione più essenziale, quasi primaria. In Di Cera il punto di vista zenitale è uno strumento per sospendere la visione e lasciare emergere una fotografia diversa, dall’alto. «Ho sempre cercato una fotografia che non celebri né enfatizzi, ma che inviti a osservare con attenzione», dice il fotografo. Una dichiarazione che si inserisce con coerenza all’interno di una ricerca che da oltre un decennio lo porta a raccontare l’Italia dall’alto, attraverso uno sguardo che appiattisce e insieme rivela. Il volo, nella pratica di Di Cera, non è mai semplice espediente tecnico. È un dispositivo critico, un filtro. «Ho voluto – racconta – applicare una vista perpendicolare, dove non c’è profondità di campo e tutti gli elementi stanno sullo stesso piano». È un gesto radicale: togliere profondità per restituire complessità. Eliminare la prospettiva tradizionale per costruire un’altra forma di lettura, in cui ogni elemento – umano, naturale, architettonico – condivide lo stesso spazio visivo. È qui che il volo si trasforma in atto democratico, in uno sguardo «non giudicante», che osserva senza imporre gerarchie.
Questa tensione attraversa tutta la sua produzione: dalle spiagge affollate alle feste popolari, fino ai paesaggi montani segnati dall’overtourism. In ciascuno di questi casi, il punto di vista dall’alto non è distanza, ma una forma di immersione. È un modo per interrogare rituali, contraddizioni, momenti di collettività. E allo stesso tempo è uno strumento per indagare le relazioni: tra individui, tra individuo e ambiente, tra presenza e spazio. Questa relazione con il volo, tuttavia, non è priva di tensioni. Al contrario, si nutre anche di un elemento fisico e personale: «Soffro di vertigini: quando il drone va oltre una scogliera ho una sorta di tremore alle gambe», confessa. Il volo, allora, diventa anche un confronto con il limite, un modo per attraversare la paura e trasformarla in immagine.
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