Bhutan, dalle porte entrano nuvole

di Franco La Cecla

Diario di viaggio nel paese himalayano che cerca la felicità e ha trovato la leggerezza

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Il monastero di Taktsang, nei pressi del villaggio di Paro / Raul Taciu / Unsplash

L’aereo delle Royal Bhutan Airlines comincia a scendere in mezzo a un nuvolame grigio-azzurro. Plana, si volge d’ala, si rivolge e comincia un gioco tra rotonde alte colline cariche d’alberi. Da nessuna parte si vede una pista e il velivolo pare librarsi su un’illusione. Improvvisamente appare la valle di Paro, un modesto abitato e, da qualche parte, la pista. Atterrati ci accoglie il ritratto della famiglia del re, come se fosse a un pic nic. Lui, l’attuale re, erede della filosofia della “Felicità interna lorda” (Gross National Happiness) che ha reso celebre il Bhutan nel mondo, e la sua sorridente famigliola molto moderna, per quanto vestita in abiti tradizionali.

Dall’aeroporto in miniatura, la guida e l’autista mi portano a un monastero di monache, il Jabdo Goenpa, a quindici chilometri da Paro, una cittadina che sembra nata per offrire ai turisti tutto ciò che si può comprare del sogno bhutanese. Quando però siamo in cima al monte, il sogno si avvera. Questo piccolo monastero ci accoglie tra le nuvole nell’atmosfera di una festa tra donne. Ci sono bambine di quattro anni e poi adolescenti, fino alla più grande che avrà vent’anni e alle due monache maggiori che non superano la quarantina. Qui si rifugiano minori con problemi di violenza in famiglia, o orfane. Il monastero è una specie di comune femminile vestita di zafferano e porpora. Curiose nei nostri confronti, timide e ospitali, mangeremo con loro e poi assisteremo alla lunga preghiera nel tempio con i mantra cantati e i tamburi e le trombe di tibia umana e i pifferi allungati, un battere tempo e voce, un coro che emerge da profondità, circondati da antiche immagini tantriche e da thangka, i dipinti e mandala su stoffa. Prima però giochiamo con loro, a palla e con la corda, nel grande cortile, loro che ridono e si rincorrono, le più grandi che si prendono cura delle più piccole, un’aria che a me sembra di infinita serenità. Cresceranno qui, studieranno qui, potranno diventare a tutti gli effetti parte della comunità monastica, andare all’università buddhista oppure lasciare tutto per vivere una vita nomale. Luca De Santis, il regista che mi ha invitato, le ha intervistate. Tutte gli hanno detto che da grandi vogliono diventare monache e alcune, alla domanda di quali fossero i primi ricordi, hanno detto che venivano picchiate a casa o che il padre non le aveva mai prese per mano. La guida nel ritorno ci racconta che prima chi lasciava la vita monastica riceveva uno stigma dalla comunità, ma che ora con il nuovo re tutto è cambiato, è una opzione che fa parte della normalità. La guida parla del re come di un benefattore. Accenna anche a disordini, quando, all’inizio degli anni Novanta, le proteste della minoranza di origine nepalese contro le restrizioni dei diritti e della cittadinanza furono duramente represse. Il Bhutan si regge sull’aderenza alle regole del buddhismo tibeto-tantrico e a coloro che richiedono la cittadinanza viene chiesto di conoscere la lingua, la cultura e le tradizioni.

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Il monastero di Taktsang, nei pressi del villaggio di Paro / Raul Taciu / Unsplash

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