Marcello ha letto le Memorie dal sottosuolo. A Marcello è piaciuto come Dostoevskij definisce San Pietroburgo: «La città più astratta e premeditata di tutto il globo terrestre». Gli sembra una descrizione di grande efficacia, costruita su due sole parole, così incisive, chiare, inequivocabili. Esiste forse qualcosa di più premeditato di una città nata dal nulla, in un luogo ostile, per un capriccio? Ed esiste al contempo qualcosa di più astratto della premeditazione?
Marcello ha imparato che queste città intenzionali, pianificate, sorte per volontà precisa, si chiamano città di fondazione. Possono essere infinitamente più piccole di San Pietroburgo, ma altrettanto premeditate, altrettanto astratte. Sono, per certi versi, città invisibili. Marcello pensa a Perinzia, l’urbe di Calvino costruita seguendo nel dettaglio i calcoli degli astronomi, conoscitori delle norme che regolano l’armonia del firmamento. Poi chiude gli occhi, Marcello, e rivede la sua Carbonia, uguale a Perinzia, perché «genti diverse vennero a popolarla», ma capovolta. Il firmamento di Carbonia è una parete nera da picconare, su cui brillano mine e lanterne. Il disegno di Carbonia non sta nel cielo, sta nel sottosuolo. Carbonia, la città più astratta e premeditata d’Italia. Carbonia, il comune più giovane d’Italia. Fu inaugurata il 18 dicembre 1938, anno XVII dell’era fascista. Marcello era piccolissimo. Col tempo ha potuto arricchire il ricordo impastato di quel giorno, miscela di silenzi e boati. L’arrivo di Mussolini, la scritta “Duce, noi dormiamo con la testa sullo zaino”, il balcone della Torre Littoria, oggi Torre Civica, issato sopra una folla indistinta di giacche e berretti. Sente, Marcello, il tono stentoreo dell’uomo impettito, rallentato, che esalta la laboriosità cittadina e prospetta un futuro radioso. In un altro 18 dicembre, del 1935, si celebrava la “Giornata della fede”, lo scambio dell’oro col ferro, presagio delle età che Carbonia avrebbe vissuto e che Marcello non poteva sapere. Il destino di Carbonia, in fondo, cadeva lì, nell’autarchia, nell’idea di chi deve bastare a sé stesso. Così un carbone, a lungo classificato come lignite, con troppo zolfo e poca potenza, divenne il migliore dei carboni, guadagnandosi lo stesso pregio del caffè di cicoria. L’unico si fa sempre preferire.
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