In senso tecnico la nozione di “luogo comune” rinvia all’arte retorica e in particolare alla prima operazione della tecnica ch’essa elabora e propone a tutti coloro che intendono persuadere l’ascoltatore del proprio discorso proprio e solo attraverso questo stesso discorso: l’inventio. A tale riguardo Barthes precisa: «L’inventio rinvia non tanto ad una invenzione (degli argomenti) quanto ad una scoperta: tutto esiste già, bisogna solo ritrovarlo: è una nozione più “estrattiva” che “creativa”. Il che è corroborato da un “luogo” (la Topica), da cui si possono estrarre gli argomenti e da cui essi vanno ripresi […] lo spontaneo, l’ametodico non porta a niente; al potere della parola finale corrisponde un nulla della parola originale; l’uomo non può parlare se non gli si fa partorire la parola e per questo c’è una tecnica particolare: l’inventio» (La retorica antica, Bompiani 1972). In verità la necessità di “partorire” una parola adeguata si impone ogni volta che s’intende comunicare con l’altro; tuttavia, ci sono delle situazioni in cui essa tende a “occupare”, se così ci si può esprimere, l’intera scena comunicativa. Paul Valéry, ad esempio, affermava che la gran parte di coloro che scrivono romanzi non hanno propriamente nulla di nuovo da dire anche se desiderano tanto dirlo. Non è difficile comprendere come un simile desiderio, nel momento stesso in cui s’impossessa del soggetto, subito lo pone di fronte all’angoscioso e assillante interrogativo: che cosa devo dire? Di che cosa devo parlare affinché la mia parola sia ascoltata, accettata, riconosciuta e così, finalmente, io sia valorizzato come merito? In altri termini: dove trovare la parola in grado di garantirmi un sicuro successo? Bisogna riconoscere che un simile desiderio, con la frenesia e l’angoscia che sempre lo accompagna, non è una prerogativa solo dei falsi scrittori descritti da Valéry, ma è proprio anche dei pubblicitari, degli influencer, di molti politici e forse, come già accennato, di ogni essere umano nella misura in cui si tende costantemente a confondere, per delle ragioni essenziali, la parola adeguata con quella in grado di garantire un facile e sicuro successo dell’atto comunicativo.
Ora, da quale corpo partorire gli argomenti più convincenti e le parole più efficaci per la mia comunicazione? Da dove estrarre ciò che mi serve per persuadere l’altro al quale rivolgo la mia parola? Ecco entrare in scena la topica e il ricco armamentario dei luoghi comuni. La topica può essere intesa come un metodo, una griglia, un archivio, un deposito; qui mi limito a definirla come l’insieme delle parole, dei concetti e delle opinioni a cui un individuo aderisce, il più delle volte inconsapevolmente, per il semplice fatto che si trova a vivere in un determinato contesto sociale. L’individuo non può ogni volta interrogarsi su tutte le parole, su tutti i concetti e su tutte le opinioni che informano il contesto in cui si trova a vivere, e proprio per questa ragione egli è costretto a dare per scontati, per ovvi, certi valori, certe convinzioni, e perfino certe argomentazioni, alimentando in questo modo un inevitabile conformismo: ci si conforma alle parole, alle idee e alle opinioni che informano il contesto stesso in cui ci si trova a vivere.
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