Inishmaan, dove il vento parla gaelico

di Riccardo Michelucci

La più piccola delle isole Aran è una terra spirituale e resistente, dove Synge e Heaney hanno interrogato il significato dell’identità irlandese

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Sulle strade di Inishmaan / Contreras / Alamy

All’estremità occidentale dell’Irlanda le onde dell’Atlantico si infrangono contro le scogliere di Inishmaan con un suono magico e minaccioso. La più piccola e meno popolata delle Aran, l“isola di mezzo” (Inis Meáin in irlandese) appare come una lingua di roccia sospesa tra cielo e mare, un frammento d’Europa in cui il tempo si piega su sé stesso, segnato da case basse di pietra calcarea e da muretti a secco che sembrano dighe contro l’oblio. Più che un luogo fisico è un’eco vivente del passato, una musa per la letteratura irlandese e un santuario per la spiritualità gaelica. L’isola vive sospesa tra la memoria e l’assenza, tra l’eco dei poeti e il vento dell’Atlantico, intrisa di una spiritualità che affonda le proprie radici nel sincretismo tra il mondo celtico precristiano e il cristianesimo delle origini. La sua quotidianità è scandita ancora oggi da gesti ripetuti e da rituali antichi che il mondo moderno sembra ignorare. Ha meno di duecento abitanti, dediti a uno stile di vita agricolo, arroccati in piccoli appezzamenti di terra strappati alla roccia, fertilizzati con alghe e sabbia. Il traffico è pressoché inesistente; la rete stradale si riduce a una manciata di vie sterrate e asfaltate, percorse solo da biciclette e piccoli veicoli agricoli. Il ritmo della vita segue ancora i cicli della natura, il passaggio delle stagioni, le variazioni del tempo meteorologico. I pochi giovani presenti parlano gaelico e inglese, sono un ponte tra la memoria e la modernità. Ma l’isola è inevitabilmente segnata dal peso dell’emigrazione. Negli anni ’50 e ’60 molti se ne sono andati scegliendo Dublino, Londra o l’America, pur mantenendo legami forti con l’isola. Le case non hanno portoni di sicurezza perché la vera protezione è la comunità stessa: famiglie che si conoscono da generazioni, vicini che condividono da sempre lavoro, pane e storie. Il turismo è limitato e poco invasivo, grazie anche alle difficoltà logistiche nel raggiungere l’isola. L’assenza di un grande sviluppo alberghiero ha favorito forme di turismo lento e rispettoso, come i soggiorni nelle “case gaeliche” gestite da famiglie locali, le scuole estive di lingua irlandese, i piccoli laboratori di artigianato tradizionale. I visitatori sono in genere escursionisti, studiosi, amanti della natura o viaggiatori in cerca di silenzio.

Se c’è un nome che ha fissato l’immagine di quest’isola nella coscienza collettiva internazionale, è quello del grande drammaturgo e poeta irlandese John Millington Synge, membro fondatore dell’Abbey Theatre di Dublino. Alla fine del XIX secolo visitò l’isola alla ricerca dell’anima autentica dell’Irlanda e condivise la vita pericolosa degli isolani tra il 1898 e il 1902. «Vai alle Aran, ci troverai una vita che non è stata ancora espressa dalla letteratura», gli aveva suggerito il poeta William Butler Yeats. Ci sarebbe andato lui stesso, se solo avesse conosciuto la lingua irlandese. A Inishmaan, Synge soggiornò nella casa di pietra con il tetto di paglia di Brid e Paidin Mac Donnchadha, un edificio che all’epoca fungeva anche da ufficio postale, in cui lo scrittore raccolse racconti popolari, osservò la vita quotidiana degli isolani fino a trasformarli in letteratura. Il risultato fu Le isole Aran, un’opera in prosa diaristica e riflessiva che è considerata una pietra miliare della letteratura irlandese e molti anni fa fu pubblicata anche in Italia da Sellerio. Qui Synge descrive con attenzione antropologica la spiritualità, la povertà dignitosa e l’infinita lotta degli isolani contro l’oceano e la solitudine. La sua pièce più celebre, The Playboy of the Western World, risente profondamente dell’immaginario locale, al pari di altri suoi drammi, dove emerge un linguaggio denso, lirico e crudo, ispirato proprio dal gaelico parlato a Inishmaan. A conservare la memoria dei suoi soggiorni di oltre un secolo fa è Teach Synge, quello che resta dell’antica casa-cottage che si trova nel cuore del villaggio ed è oggi un museo, ma più che oggetti custodisce echi di passi, di parole, di storie che continuano a vivere tra le sue mura.

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