«È in India che ho dovuto scegliere se diventare un monaco buddhista o un artista». Antony Gormley aveva ventun anni quando, nell’autunno del 1972, sulle montagne dell’Himalaya occidentale, incontrò un maestro birmano di Vipassana e nei due anni successivi seguì dieci ritiri. Fu nell’Himalaya orientale, nell’estate del 1974, che prese la decisione che la strada del monastero non era la sua. Non per mancanza di vocazione spirituale – anzi. Ma il monaco buddhista, per raggiungere l’illuminazione, deve imparare a liberarsi del corpo. E lui non era disposto a farlo. Tornato in Inghilterra, si iscrisse alla Central School of Art. Non era mai entrato in una scuola d’arte: fu una rivelazione. «Quello che avevo imparato in India era, in fondo, che tutto quello che volevo fare era passare del tempo con la materia. E la scultura aveva a che fare con la materia, con il corpo. Dovevo fare lo scultore». Più di cinquant’anni dopo, Gormley – il più importante scultore britannico vivente, Turner Prize 1994, autore del monumentale Angel of the North e di opere nelle collezioni dei maggiori musei del mondo – continua a partire da lì, dal corpo. Il luogo da cui sorgono tutte le grandi domande. La mostra “What Holds Us”, alla Galleria Continua di San Gimignano, ne è la formulazione più ampia e variegata, dove ai suoi materiali consueti – il metallo e la pietra – accosta il cartone, per costruire una città-labirinto che occupa la platea dell’ex teatro in cui ha sede la storica galleria. A prima vista sembra un magazzino di Amazon. «È esattamente l’impressione che volevo dare», sorride Gormley.
Il titolo della mostra è “What Holds Us”, senza punto interrogativo.
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