La fabbrica della musica

di Pierachille Dolfini

Una serata dietro le quinte del Teatro alla Scala, con le donne e gli uomini che rendono possibile la magia del palco

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I Laboratori Scala Ansaldo, dove vengono realizzate le scenografie / Teatro alla Scala

C’è un silenzio inaspettato sul palcoscenico del Teatro alla Scala quando il direttore di scena sta per dare la mezza. Ti immagineresti, invece, trambusto e frenesia. Adrenalina. «Signore e signori buonasera. Manca mezz’ora all’inizio dell’ultima recita di Pelléas et Mélisande». Barbara Patruno, giacca e pantaloni neri, è entrata nella cabina a lato del palco. Un metro per un metro, vetro e metallo, dove i monitor rimandano la visione frontale della scena ripresa dalla telecamera sistemata sopra il palco reale. Adesso si vede tutto rosso, perché è ancora calato il sipario tagliafuoco. Rosso, appunto. «Ma stasera lo spettacolo lo chiama Elisa». Stagista dell’Accademia del Teatro alla Scala dove si formano i professionisti dello spettacolo. Corso per direttori di scena. Anche lei in nero. Cuffie in testa. È sua la voce che attraverso l’interfono arriva nei camerini. In quello di Bernard Richter, Pelléas, ci sono la moglie e i figli. Arrivati a Milano per applaudire il papà. Dalla sala trucco, in accappatoio, esce Sara Blanch, pronta per indossare la tuta color carne, effetto nudo, che Romeo Castellucci le ha cucito addosso per la prima apparizione di Mélisande. Dalla nebbia, dalle acque, prende forma una fanciulla che appare a Golaud. È Simon Keenlyside che nel suo camerino, al pianoforte, scalda la voce.

Ma i suoi vocalizzi non arrivano sul palco. Dove è sempre silenzio. Silenzio irreale. Zeppo, però, delle voci che hanno risuonato al Piermarini. Maria Balducci, che fu Europa la sera del 3 agosto 1778 nell’Europa riconosciuta di Antonio Salieri che inaugurò il teatro… Maria Callas, la più grande di sempre, applaudita e contestata qui. Chiudi gli occhi. Quasi le senti in questo silenzio del tempo. Abitato da storie senza tempo. Stasera tocca a quella di Maurice Maeterlinck messa in musica da Claude Debussy. Ma da poco se n’è raccontata un’altra, quella del re di Babilonia, Nabucodonosor. Sino a qualche ora prima Riccardo Chailly era in prova con Luca Salsi e Anna Netrebko. «Lì è stata messa la cupola che è l’elemento centrale della regia che Alessandro Talevi ha pensato per l’opera di Giuseppe Verdi». Una struttura che richiama inconfondibilmente la volta del Pantheon, appesa a lato del palco. Catene e corde. Incombe su quello che è uno spazio di servizio ricavato dove un tempo c’era la Piccola Scala, teatro da camera per Domenico Cimarosa e Kurt Weill. Oggi sopravvive solo nei ricordi fotografici di Erio Piccagliani, lo storico fotografo dell’Archivio scaligero.

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