C’è un momento, nella vita di ciascuno, in cui le parole smettono di bastare. Non perché il linguaggio sia povero, ma perché ci sono stratificazioni dell’esistenza che chiedono una voce diversa, un’articolazione che vada oltre la sintassi. In quel momento la musica entra come fa la luce nelle stanze chiuse: non bussando, ma infiltrandosi. Ed è allora che ci accorgiamo di quanto essa non sia un’aggiunta alla vita, una decorazione del tempo, ma una delle sue strutture portanti, forse la più antica e la più necessaria. La musica non è semplicemente una variante o un genere dell’esperienza umana, ma cela nel suo cuore pulsante, dove albergano ferita e stupore, nella sua frontiera, là dove l’indicibile tocca l’indicibile lasciando il mistero intatto, la chiave ermeneutica dell’enigma formulato nelle grandi domande umane.
La Biennale Musica 2026 (Venezia, 10-24 ottobre) ha scelto come tema conduttore “A Child of Sound” – il figlio del suono – e in questa scelta c’è qualcosa che merita di essere meditato con attenzione. La direttrice artistica Caterina Barbieri propone il bambino come punto di partenza concettuale per immaginare un ascolto vergine, incondizionato, capace di ritrovare la pienezza del presente. «Come i bambini che vivono pienamente nel qui e ora, la musica ci riconduce alla sacralità del presente». È una frase che ha la struttura di una frase evangelica, e non credo che questa analogia sia casuale. Anche il Vangelo ci chiede di diventare come bambini – non di tornare all’infanzia, ma di ritrovare quella qualità di apertura, di meraviglia, di capacità di essere sorpresi, che la vita adulta tende a chiuderci.
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