Porta Palazzo: Torino le gira attorno, la incrocia tra un corso intitolato a Giulio Cesare e un altro alla Regina Margherita, e i torinesi di ogni condizione sociale a seconda dei casi la cercano oppure preferiscono evitarla, visto che la sua cattiva fama le sopravvive nonostante il susseguirsi dei decenni e dei secoli con i relativi cambiamenti, evidenziati dal succedersi delle lingue che lì, nella piazza che ospita il più grande mercato all’aperto d’Europa, si sono date il cambio alla pari delle generazioni.
Si parlava soltanto il piemontese, a Porta Palazzo, fino a tutti gli anni Quaranta del Novecento, quando dalle valli, dalle colline e dalle campagne dei dintorni erano contadini e pastori autoctoni a portare in città le loro mercanzie. Certo, ci si poteva imbattere in qualche parlante di lingua francese, arrivato fin lì da Chambéry o Lione. Ma solo nel decennio successivo, complice l’immigrazione dal Sud di decine di migliaia di persone attirate dal miraggio del posto in fabbrica alla catena di montaggio, al piemontese si sarebbero sovrapposti altri dialetti regionali, il siciliano, il pugliese, il calabrese… fino a che, dalla metà degli anni Ottanta in poi, a Porta Palazzo è arrivato il resto del mondo. Algeria, Tunisia, Marocco, Libia, Egitto, Iran, Iraq, Albania, Slovenia, Croazia, Romania, Moldavia, Cina: da ciascuna di queste nazioni qualcuno ha deciso di venire a Torino, e a Porta Palazzo in molti hanno trovato lavoro. Di modo che sotto i portici juvarriani che percorrono la parte aulica benché delabrè di piazza della Repubblica, perché questo è il nome ufficiale di Porta Palazzo, a un certo punto i proprietari della drogheria Damarco hanno deciso di esporre in vetrina un cartello che recita QUI SI PARLA ANCORA PIEMONTESE, lingua ormai diventata esotica lì dov’era di casa.
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