Sulle mappe è una parola fatta di linee che attraversano deserti, porti, mari, confini, aeroporti, prigioni. Ma non basta chiamarli “traffici”. Dentro, quella parola si sporca di polvere, gasolio, sangue, paura, fame. E prende la forma di un volto: di chi viene venduto, di chi vende, di chi resta impigliato nel mezzo.
Sono persone che non volevano partire, ragazzi che non volevano imbracciare un fucile, bambini spostati come bottino, profughi costretti al vocabolario dei contrabbandieri per non morire.
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